I misteri di Loiano - filmato 16'

 

 

Il mistero degli “ipogei di Loiano” a Gallese

A Gallese, in contrada Loiano, nei pressi del Rio Miccino, si trovano tre grandi e suggestive cavità artificiali scavate nel tufo, note come gli “ipogei di Loiano”, la cui origine e funzione è ancora avvolta nel mistero. La zona presenta testimonianze dalla preistoria all’età moderna, costituite dalle “cavernette” lungo il Rio Fratta, da necropoli falische e da chiese rurali (Santa Lucia, Sant’Elena, San Famiano a Lungo, Santo Pastore e Madonna del Riposo, con annesso convento dell’ordine dei Minimi di San Francesco di Paola). Il banco tufaceo generato dall’apparato vulcanico di Vico ha sempre permesso, infatti, scavi funzionali alla creazione di spazi per finalità diverse, le ultime delle quali di tipo agricolo o pastorale. Per raggiungere questi ipogei si scende da Gallese verso la Basilica di San Famiano e si volta a destra, sulla salita che conduce nella località Loiano: dopo la possente “tagliata”, prendendo una stradina a sinistra, si raggiunge il ponticello che supera il Rio Miccino. Si può sostare nei pressi e tramite un varco aperto nella vegetazione da volontari della Pro Loco di Gallese si individuano, sul banco tufaceo rivolto a sud, le grotte in esame, con gli ingressi in parte celati da piante e arbusti. Resti di opere murarie, all’esterno delle entrate, lasciano trasparire le varie trasformazioni apportate negli anni. La recente indagine speleologica del sito, condotta da Barbara Bottacchiari e Tullio Dobosz, è confluita in specifiche pubblicazioni, dalle quali è stato possibile trarre precise informazioni e grafici di riferimento [B. Bottacchiari, Gli ipogei di Loiano, I quaderni di Gallese, 3, Gallese 2013; Idem, Gli ipogei di Loiano (Viterbo, Lazio), “Opera ipogea”, 1, 2015, 11-24].Gli ipogei, iscritti al n° 477 La VT del Catasto Nazionale Cavità Artificiali, si sviluppano globalmente per quasi 400 m2 e i due maggiori mostrano all’interno delle particolari nicchie, con base quadrata di circa un metro di lato e altezza di 2, delle quali resta difficile individuare la ragione per cui furono scavate, dato che la loro tipologia non trova riscontri diretti nella letteratura di settore. La prima cavità ad essere realizzata, indicata con C nelle pubblicazioni, è la terza lungo la strada d’accesso, all’estremità occidentale del banco, con due piccoli incavi sulla parete esterna e cinque croci graffite .Appena entrati nel vano, dopo l’ingresso ad arco, si vede il settore più antico, di grandi dimensioni, con una fila di nicchie nelle pareti laterali; sulla destra, un’apertura consentiva l’accesso alla grotta vicina.Dopo un passaggio di raccordo, si giunge nel fondo della caverna, dove sono visibili altre tredici nicchie, otto a ovest e cinque a est; al centro si nota un’interessante “esercizio di scavo”, utile per comprendere le modalità con cui veniva incisa la parete tufacea.Una destinazione della struttura finalizzata solo all'allevamento o alla conservazione di derrate alimentari non è probabile, dato che non si riscontra in altri siti la tipologia degli originali arcosoli scavati nelle pareti. L’ipogeo B, subito a destra di quello appena analizzato, si pone al centro dei tre ambienti. All’esterno si nota una muratura in tufo, che definì, all’interno, un vano utilizzato da allevatori o agricoltori. Piccoli canali solcati nella parete orientale permettevano di raccogliere acqua per gli animali ricoverati nelle “poste”; destinato a ciò anche il primitivo sistema idraulico realizzato con condotte fittili, resti delle quali ancora riconoscibili. Alcuni numerali sulle pareti laterali, cifre arabe segnate a biacca, testimoniano il riuso degli ambienti per il ricovero di caprini, equini o bovini, variante che ha poi determinato le profonde alterazioni delle strutture. Sul lato est si aprono una dozzina di nicchie simili a quelle del vano adiacente, con un’apertura davanti “a serratura”, utile per chiudere il passaggio con un portello di legno o di ferro. Sulla parete di fondo, altri tre arcosoli, con tre croci su quello centrale, molto evanescenti e dipinte con biacca bianca. Queste tre cavità, insieme alle immagini citate, conferiscono un tono di sacralità all’intero ambiente e contribuiscono a prospettare per l’intera struttura una finalità legata alla tradizione monastica, vista anche la presenza nei pressi di un convento e di alcune strutture ecclesiastiche rurali. Uno stretto pertugio, a destra, permette di accedere all’ultimo ambiente, quello posto all’estremità orientale della parete in tufo. L’ipogeo A, il primo che si incontra percorrendo il viottolo d’accesso al complesso, fu scavato forse per ultimo, con il fine di essere adibito a stalla per il ricovero di animali, come testimonia ancora una mangiatoia in muratura costruita sul lato sinistro. Davanti a questa, il pavimento è coperto di cemento e si notano a terra segni di canalizzazione per la raccolta dei liquami. All’interno non si notano cavità alle pareti come negli altri spazi e ciò avvalora la tesi della diversa destinazione, come sembrerebbero confermare le due rozze finestre che si aprono sulla parete d’ingresso, unite ai resti di un’antica copertura. Conclusa la descrizione dei tre ambienti, resta comunque aperto il “mistero”, dato che non si è trovata una giustificazione valida per definire il ruolo di tali caverne e delle peculiari nicchie che si aprono in esse. La difficoltà è incentrata, principalmente, nell’assenza di tipologie affini in altri complessi analizzati, tanto da pensare che i tre ipogei costituiscano un unicum. La parziale somiglianza con l’Ipogeo delle Macerine, in località Quadroni di Manziana (Roma), non risolve la questione, dato che anche in questo caso non si è giunti a conclusioni definitive, pur riconoscendo a queste cavità un fascino “sacrale”, considerazione applicabile anche alle grotte di Gallese. Negli Ipogei di Loiano, inoltre, il valore scenografico degli ambienti, unito alle ragguardevoli dimensioni degli stessi, lascia dedurre che la pianificazione e la realizzazione dell’intero complesso sia da riferire ad un’organizzazione di alto livello, composta da tecnici e fossores che operavano secondo precise indicazioni. È quindi da escludere una semplice destinazione agricola o legata all’allevamento di animali, per la peculiarità dell’opera e l’alto livello progettuale . Tra le ipotesi da avanzare, la prima è che gli ipogei di Loiano siano stati in origine una necropoli, scavata da persone appartenenti ad un’area geografica diversa, ma transitate nei paraggi per motivi strategici o bellici: in questo senso, basandosi sulla tradizione, vengono in mente i Galli Senoni, che invasero Roma nel 390 a.C. e si riversarono poi nelle campagne circostanti, compreso il territorio di Gallese, città che avrebbe tratto il nome proprio da tale evento. Altre truppe impegnate nella stessa zona furono quelle coinvolte nella guerra greco-gotica (535-553), combattuta tra gli invasori di origine barbarica e i bizantini intervenuti nella penisola italica per difendere quanto restava dell’antico impero romano. In via subordinata, ci si può anche riferire alla discesa dei longobardi lungo le consolari prossime alla città e al territorio di Gallese (via Amerina e via Flaminia). La seconda teoria lega le caverne alla presenza di monaci provenienti dalle regioni bizantine e giunti nella penisola italica nell’VIII-IX secolo; dal XVI secolo è documentato poi un convento annesso alla chiesa della Madonna del Riposo. La particolare tipologia degli arcosoli scavati negli ipogei di Loiano lascia trasparire l’ipotesi che vi fossero accolte sepolture “a colatoio”, nelle quali i monaci venivano deposti seduti in incavi creati nelle pareti tufacee, con sistemi idonei a raccogliere la parte organica liquida, pratica in uso dal XVII secolo, con esempi ad Azzio, in provincia di Varese, in Campania e in Basilicata, ma anche a Roma, nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.

Nell’ambito delle congetture di routine si possono rimandare gli ipogei al culto legato al dio Mitra, praticato in prevalenza in camere sotterranee ed emerso anche nella Tuscia, con l’esempio tipico del mitreo di Sutri, ricavato interamente nel tufo e trasformato poi in struttura ecclesiastica cristiana (la Madonna del Parto).

Altre ipotesi sono legate alla tradizione orale, che colloca l’antica città falisca di Fescennium tra Gallese e Corchiano e quindi prossima alla contrada di Loiano. Le nicchie presenti nelle cavità, in questo caso, avrebbero ospitato gli scranni sui quali sedevano i maggiorenti del popolo falisco durante le periodiche riunioni destinate al governo delle tribù: nell’ipogeo C, ad esempio, con un po’ di fantasia, è possibile immaginare i “lucumoni” a consesso seduti nelle dodici aperture contrapposte. In conclusione, il “mistero degli ipogei di Loiano” permane ed è in tale veste che viene emblematicamente proposto, nella speranza che la conoscenza del sito faciliti ulteriori studi e si pervenga infine alla soluzione dell’enigma.

Giorgio Felini